Quando il camice bianco sposa l’empatia

EMPATIA

“L’humour è l’antidoto per tutti i mali. Credo che il divertimento sia importante quanto l’amore” diceva Patch Adams, famoso medico e scrittore statunitense. Grazie al suo primo articolo sul Gesundheit! nella rivista Prevention nasce il cosiddetto “metodo Patch”, che forse ricordiamo meglio grazie all’interpretazione cinematografica di Robin Williams. La relazione medico-paziente è forse una tra le relazioni più difficili da instaurare, ha bisogno di fiducia, serenità e comprensione… in altre parole: ascoltare il paziente, seguirlo nel suo percorso di cura, avere tempo da dedicargli. Questa è la professione del medico. Non esiste facoltà di medicina che dia al medico una formazione psicologica; e non stiamo parlando di formazione come apprendimento di nozioni o formule, bensì di apprendimento emozionale.

“Cerco di mettermi nei panni del paziente”. “Ho un certo senso dell’umorismo che credo contribuisca a migliorare il risultato delle terapie”. “Cerco di capire cosa passa nella testa dei malati anche attraverso il loro linguaggio corporeo”. “I miei pazienti si sentono meglio se comprendo le loro emozioni”

Questi sono solo alcuni dei 20 punti della Jefferson Scale of Physician Empathy, la scala che misura la capacità dei medici di sintonizzarsi con i propri pazienti. Questa è stata creata nel 2001 alla prestigiosa Jefferson University di Philadelphia, e oggi questa scala, e soprattutto la visione terapeutica che porta con sé, ha assunto un nuovo valore scientifico. Finalmente un ampio studio ha dimostrato che le persone guariscono meglio se hanno un medico empatico. Lo studio, che aveva ad oggetto 21 mila persone diabetiche di Parma e 242 medici di base, ha dimostrato come i dottori più capaci di sintonizzarsi con gli altri abbiano pazienti in grado di controllare meglio parametri come l’emoglobina glicata e il colesterolo.

Come spiegare questo fatto? Gli autori dello studio, affermano che “l’empatia del medico migliori la comprensione fra lui e il malato, portando a una relazione di maggior fiducia, la strada maestra per risultati clinici più consistenti, perché con il dialogo aumenta l’aderenza ai piani di trattamento”. L’approccio al paziente è destinato a migliorare quando il medico riesce a rendersi conto di ciò che avviene sul piano psicologico del paziente. E come avviene? Attraverso due mezzi potentissimi: l’ascolto e la parola.

Una premessa ineliminabile per esercitare al meglio l’atto medico in una prospettiva a 360°, è quindi la capacità comunicativa nella coppia medico-paziente, che rappresenta un ruolo determinante per definire la competenza clinica del medico. Motivo per cui la medicina, e più nello specifico la singola visita del paziente, non può confinarsi nella sola applicazione di una scienza perché non si può essere curati solo da un punto vi vista astrattamente scientifico. Anche perché, il medico si trova co-protagonista nel trattamento terapeutico che propone, coinvolgendosi così in prima persona.

Raccontarsi

Raccontare la propria storia, personale o lavorativa che sia, è una prima narrazione che ci aiuta a unificare il desiderio dei nostri pazienti con il miglior trattamento possibile. E’ nostra prassi, nel primo approccio con il paziente, prendersi tempo per ascoltare la sua storia e i suoi desideri. Se questa narrazione non ci fosse, il mondo del paziente rimarrebbe irriconoscibile ai nostri occhi, compromettendo la disponibilità al cambiamento. Possiamo pensare ai “neuroni a specchio” (quelli che si attivano quando veniamo “contagiati” da uno sbadiglio) come se avessimo una connessione emotiva:

“So come ti senti, non perché ci ragiono, ma perché sono in grado di ricreare autenticamente parte di quel dolore dentro di me”.

Redazione